domenica 9 luglio 2017


Torino.  “Radio Therapy”.
5 agosto 2016.
“Ben sintonizzati su Radio Therapy, la prima radio che parla direttamente al vostro cervello. Qui potrete ascoltare voi stessi canticchiare dall’interno di una inquietante maschera di plastica le vostre hit preferite, oppure dedicare alle vostre morose gli evergreen dell’amore, quali “only you” dei Platters, “mi sei scoppiato dentro al cuore” di Mina oppure, per i tipi originali che vogliono mandare un messaggio chiaro alla loro ex: “adius” di Piero Ciampi… (che vedete qui sotto...)"

Così mi immagino da poco più di due settimane che potrei iniziare queste sedute. Dunque, il procedimento è semplice: ti chiamano all’altoparlante della sala d’aspetto, entri in uno spogliatoio dove ti prepari, poi ti richiamano da dentro, se sei un tipo educato saluti, se sei un tipo “ok” scambi anche un paio di battute con i tecnici (alla lunga però capisci che non puoi essere originale e senti che quella battuta ti è venuta un po’ “così”, che quell’altra chissà quante volte l’hanno sentita, e così via…), ti sdrai sul lettino di metallo, appoggi la testa su un cuscino speciale che segue la curva del tuo cranio ed ha una larghezza di circa 15 cm, una sorta di mezzaluna, poi ti mettono la maschera personalizzata (ne abbiamo già parlato), e parte la “trasmissione”: “siamo in onda su Radio Therapy, la prima radio che trasmette direttamente sulle onde del vostro encefalo, sul 88.90 delle onde Teta e 100 sulle onde Gamma…”
Le sedute durano una decina di minuti, in cui si sente un suono come quello che producevano i vecchi 386 direttamente dal case, come quello di un pc quando si impalla, e il macchinario che si muove attorno a te. Non è simile ad una TAC, perché non si entra in un tunnel, tubo, dir si voglia, ma è come una grossa lampada da dentista con un puntatore laser. Poi, finita la seduta, ti tolgono la maschera, e te ne puoi andare. Tutto qua. Semplice, lineare, non c’è da aver paura. Se non che durante la prima fase è prevista una regressione di tutte le capacità che avevi faticosamente recuperato nel mese e mezzo precedente, perché si andranno ad infiammare anche i tessuti prossimi al residuo di tumore. Messo in conto. Non mi spavento mica, tanto “ho fatto talmente tanto in quel mese e mezzo che non si noterà nemmeno…”. Così torno a parlare come un robot (anche se tutti gli amici e i familiari mi dicono che non è vero, io sento una regressione almeno di un mese di lavoro, non ho anomie, posso tranquillamente fare discorsi di qualsiasi genere, tranne quando sono stanco, ma nella fluidità ho perso molto), e la gamba lavora come lavorava qualche settimana fa, con momenti di ipertono, trascinandola, e la caviglia non lavora più come quando avevo lasciato Rodello. La mano invece ha perso tanta forza, ma tenendo duro col pianoforte e il contrabbasso sento che non regredisce come le altre funzioni. Non dimentichiamo che è stata la prima a recuperare. Quindi, questo il bilancio di 12 sedute di Radio Therapy. Un po’ più di un terzo, quasi metà ciclo, che prevede 30 sedute. Ma tutto come da copione, la dottoressa ha detto che nella seconda metà del ciclo dovrebbe esserci un miglioramento delle funzioni, e quindi di non spaventarsi. Speriamo. Io intanto continuo con le mie camminate (con mio padre e mio fratello martedì ci siamo fatti un’ora e venti in giro per Torino, li ho fatti sudare, tanto che hanno valutato l’idea di regalare a Giulia uno di quei baracchini a due ruote elettrici su cui ti muovi semplicemente avanzando col baricentro, perché anche lei fatica a starmi dietro), e gli esercizi che mi ha lasciato Daniele, il pianoforte cui ho affiancato un programma di recupero sul contrabbasso, e tra un pisolino e l’altro la lettura. Non mi fa più piacere, anzi lo trovo una penosa pena il sentire al telefono gli amici, perché sebbene provi piacere nel sentirne la voce, il fatto di non sentirmi fluido mi provoca ansia, ansia da prestazione, che è un po’ il mio problema, e mi deprimo. Quindi tengo spesso il telefono offline e comunico più che altro per messaggi. In più ho le chemioterapie, tre pillole da prendersi alle 10.30 del mattino. Che sommate alla terapia anti-epilettica (tre pillole al mattino più quattro la sera), all’anti-depressivo (una pillola la mattina assieme all’anti-epilettico), al cortisone (32 gocce al mattino assieme alla terapia anti-epilettica e all’anti-depressivo), al gastroprotettore (mezz’ora prima di tutte le cose già elencate), all’anti-emetico (mezz’ora prima della chemio terapia): mi danno un bisogno di dormire assurdo. Allora ho organizzato la mia giornata così: sveglia alle 7.30 (la notte seppure vada a letto sempre con un sonno micidiale non dormo mai più di due ore di seguito, guardo continuamente l’ora e mi riaddormento, ma mi accorgo che mi sveglio sempre riposato e anche prima della sveglia, quindi va bene), gastro-protettore sul comodino; scendo a prepararmi la colazione che consiste in: una banana, un caffè-latte con due tipi di biscotti integrali (una quantità incalcolabile), 4 fette biscottate integrali con marmellata/crema di nocciole. Devo pur sempre fare i conti con il cortisone e devo tirare fino all’ora di pranzo perché il Temozolomide, ossia la chemioterapia, ha bisogno di essere presa con almeno due ore di stomaco vuoto perché venga assorbita meglio dal corpo e con un’ora di fame atavica dopo per la stessa ragione. Dopo colazione inizia il balletto delle medicine: anti-depressivo, anti-epilettico (due pillole da una scatola e una da un’altra) e cortisone. Poi scrittura (come stamattina) o pianoforte o passeggiata se Giulia è sveglia con ginnastica varia dopo, o copia delle parti per il disco che ho programmato di fare. Arrivano così le 10, anti-emetico che mi protegge dalle nausee che potrei avere con la chemioterapia, mezz’ora dopo la chemioterapia. Poi per un’oretta passeggiata se non l’abbiamo già fatta (e sono sempre legato ai miei compagni di ventura per le crisi epilettiche che potrei ancora avere) altrimenti un po’ di pianoforte, un po’ di lettura, fino alle 11, quando mi appisolo sul divano. Alle 11.45/12 pranzo, che consiste in cibi sani e nutrienti, facili da digerire, tanta verdura e frutta, che data la stagione (agosto) ce n’è in abbondanza, legumi, riso, pasta integrale. Ho notato che quando mangio cose di questo tipo il mio corpo reagisce meglio a quando mi lascio andare a gozzoviglie varie perché siamo ospiti di qualcuno, si va a mangiare fuori o perché ospitati. Alle 12.30 andiamo in ospedale, radio terapia alle 13/13.30 (c’è sempre una mezz’ora di variante in queste cose), poi a casa pisolino fino a quando riesco. Verso le 16 merenda, con una tisana e biscotti, 16.30/17 studio un po’ di contrabbasso (voglio riprendere il prima possibile con la mia vita), quanto riesco perché con una gamba che “pigola” viene presto mal di schiena. Alle 18 mi metto al pianoforte o usciamo un po’, a fare la spesa, prendere il pane, insomma fare due passi, 19 cena (stesso ragionamento del pranzo). 20 terapia anti-epilettica che consiste in tre pillole di un tipo e una di un altro, 20.30 film o libro, 22.30 distrutto a letto.
Ho notato che ho bisogno proprio di riposo in questa fase, e di fare cose con un certo ordine, disciplina, di non perdermi via, e se potessi essere indipendente sarei più soddisfatto. A Rodello il fatto di poter andare in palestra quando se ne aveva voglia, il fatto di dipendere da qualcuno che c’è sempre ed è sempre sveglio e al tuo servizio, mi aveva fatto dimenticare quanto la dipendenza da qualcuno che non ha i tuoi ritmi sia pesante. Ora non dico che Giulia debba essere al mio servizio, non sarebbe mia moglie e non lo vorrei, mi sembrerebbe di sfruttarla e mi sentirei in colpa, ma se tu hai un ritmo e la persona da cui in questo momento dipendi ne ha altri può essere frustrante, e il non volerne discutere perché ti sentiresti un peso per questa persona lo è altrettanto, e quando ti fermi a pensare e capisci che questa persona e tutte quelle che ti stanno attorno stanno mettendocela tutta per non farti pesare il fatto che si danno da fare per te, entra in gioco la propria volontà di indipendenza e punti i piedi in terra e fai o dici cose di cui ti penti subito, ma proprio per questo giochino dell’indipendenza ci metti un po’ a chiedere scusa e a rassegnarti alla tua nuova identità: malato.

martedì 4 luglio 2017

M.A. (Masturbazione Approvata...)

LA PURCE.

Una Purce sbafatora,
che ciaveva l'anemia,
pe' guarì 'sta malatia
succhiò er sangue a una Signora,
ch'a quer pizzico fu lesta
d'arzà subbito la vesta.
Dice: — Bella impertinenza
de venimme su le gamme!
Chi t'impara a pizzicamme?
Chi te dà 'sta confidenza?
Bada a te, brutta carogna,
se me capiti fra l’ogna... —
Ma la Purce impertinente,
che per esse più sicura
s'era messa a fa' la cura
da la parte de ponente,
ner sentisse di' 'ste cose
fece un zompo e j'arispose:
— Com'è mai che a un certo tale,
che te pizzica l'istesso
tanto forte e tanto spesso,
nun je strilli tale e quale?
Puro quello, a modo suo,
nun te succhia er sangue tuo?
Sai perché? Perché a 'sto monno,
speciarmente a le signore,
j'aritintica l'onore
solamente co' chi vònno... —
La Madama, a sentì questa,
calò subbito la vesta.

(Trilussa)

La crioconservazione del seme.
Eravamo pronti a questa evenienza. D’altra parte ci eravamo informati abbastanza sull’argomento, non perché volessimo nell’immediato avere un figlio, o una figlia, ma perché non volevamo ci si precludesse a tale possibilità per via della chemioterapia. Quindi quando abbiamo saputo dell'esigenza di radioterapie e chemioterapie abbiamo pensato di chiedere per la crioconservazione del seme, temendo in un effetto irreversibile. In realtà poi quando siamo andati dall’andrologo a fare la visita, ha confermato i nostri timori, consigliandoci caldamente di non cercare un figlio durante la chemioterapia e nemmeno nell’anno successivo, e di fare dei controlli in ogni caso prima, ma che, nel mio caso, con un tumore al cervello, la cosa sarebbe stata, verosimilmente, temporanea.
Quindi, nella più grande emozione, in pieno spirito collaborativo, e pieno di entusiasmo, mi affaccio alla prima masturbazione ufficialmente approvata della mia vita. Mi vengono date, in forma del tutto casuale, come se ce le avesse lì per qualsiasi altro motivo, delle riviste (chiuse in una cartelletta). E il dottore se ne va, consigliandomi di chiudermi dentro, e consegnandomi il “barattolino” dove avrei dovuto dimostrare la mia mascolinità, mi guarda pieno di speranze. Penso che non userò mai delle riviste che chissà quante mani hanno toccato. E in questo caso ancora meno. Mi lavo le mani e sono pronto. Primo problema, dove? Mettermi sul lettino, stare in piedi, appoggiato e basta? Scelgo il lettino. Secondo problema. Ho una mano, quella destra, “Federica”, che non collabora ancora. Sebbene possa fare affidamento sull’effetto ben noto al popolo maschile della famosa “mano dello sconosciuto” la cosa al momento mi inquieta e devo reimparare un gesto che da più o meno tre mesi non pratico più. Poi lo studio, asettico e per niente complice. Decido di aprire le riviste. Sono riviste che nemmeno dei camionisti berberi oserebbero sfogliare. Devo più volte capire da che parte si devono guardare perché sono così estreme che… ei funzionano! Vai. La mano collabora, anche se ha poca sensibilità e temo che quando dovrò riempire il barattolino mi possa giocare qualche brutto scherzo. Ma non ci penso e tiro dritto per la mia strada, pensando alla mia onorevole causa. Ecco, dove ho messo il barattolino?! Eccolo! Prendo la mira o “ce lo infilo”? Cielo tocco la plastica! No, aspetta! La mano non ti conosce più piccolo grande amore mio… Aspetta… Nooooo!!! Faccio talmente poco liquido da vergognarmi di me stesso. La frustrazione è alta. Ma mi lavo le mani, apro la porta, e aspetto fiducioso il dottore. “Dottore, basta?”. Lui da buon padre di famiglia prova a rincuorarmi dicendo che in ogni caso un secondo “prelievo” era previsto, che lo fanno tutti, che nemmeno l’ambiente aiuta, che il caldo. E così ci mettiamo d’accordo per un secondo “prelievo”, da farsi però direttamente in laboratorio, il lunedì successivo.

Il lunedì mi preparo come non mai. Non mi sono allenato alla clinica perché è necessario astenersi dal sesso e dalla masturbazione. Scherzo con mia moglie sul fatto di dover andare da Rodello a Torino per farmi una sega. Ho dormito bene. Ho fatto una bella colazione. C’è bel tempo. Tutto sembra presagire una buona performance. Alle 8 ci presentiamo al laboratorio. Si presentano due dottoresse e mi dicono con sguardo sornione che mi stavano aspettando. mmm quando mi viene detto così... Mi consegnano il solito barattolino, mi indicano un bagno dove poter dare il meglio di me, mi indicano le solite riviste (che in questo caso sono molte di più e ho potuto scegliere tra “poppe al vento” o “sederi selvaggi”, io mi chiedo pieno di stupore perché non riesca a trovare “dottoresse con fighe pelose”, ma poi lo trovo e passo oltre. I titoli ovviamente sono stati edulcorati per un pubblico delicato che penso sia quello che entrerà in possesso di queste righe…), e mi lasciano solo. L’ambiente è anche peggio dello studio, qui abbiamo un water da una parte, dove decido che mai mi sarei seduto, dall’altra un lavandino, poi la finestra con il suo davanzale, dove decido di appoggiare le riviste per farmi la... lasciamo perdere. Il caldo è micidiale, ma dato che siamo al piano terra non posso certo aprire la finestra. Mi do da fare con “Federica”, sono pronto, sono deciso a non mollare e non rifare gli errori dell’altra volta. Sono cambiato, ora sono maturo per una relazione duratura e soddisfacente per entrambi. Non mollarmi proprio ora, sul più bello. Vai il barattolino l’ho lì in bella vista. La mira è buona. Anche l’iniziativa non manca. E… Vai! Riuscito! Ora mi lavo le mani, chiudo le riviste nella loro cartelletta, mi rilavo le mani, e poi esco con il barattolino trasparente a mostrare a tutto il reparto che sono uomo. Consegnerò il contenitore con il liquido alle dottoresse che mi guarderanno insaziabili del mio fascino per l’ultima volta e me ne andrò con mia moglie sotto braccio e invidiata e odiata da tutto il reparto. Si, sono soddisfazioni.


sabato 1 luglio 2017

29 aprile 2016 vs 29 aprile 2017 !

Oggi non ho voglia di parlare di quanto mi è successo un anno fa. Ma di qualcosa che ho costruito grazie a quello che mi è successo un anno fa. Esattamente il 29 aprile 2017, ad un anno esatto dalla prima crisi epilettica, sono entrato in studio con un "manipolo" di amici/musicisti e ho fatto questo disco, prodotto da NOTWORK.PRD... ma lasciate che vi racconti...

Io, come ho già detto, faccio il musicista. Ho abbandonato il jazz anni fa, perché "o fai una roba bene o non la fai". Però per divertimento incido ancora qualche disco con degli amici (andate a vedervi la mia discografia sul mio sito www.simoneprando.it , così potete anche conoscermi meglio e ascoltarvi un po' di musica mia...). Durante quest'anno ho scritto, scritto, scritto... musica ovviamente, tanto che, ad esattamente un anno dalla prima crisi epilettica (29 aprile 2016), che ha scatenato tutto sto casino, sono entrato in studio, sbattendomene della mano che ancora non avevo a posto, invitando Gino Zambelli col bandoneon, Marco Tiraboschi con la chitarra, Achille Succi col clarinetto, mio fratello (Fabrizio) con l'altra chitarra, e io col contrabbasso e abbiamo registrato. Tutto senza nemmeno una prova. Se non che avevo mandato le parti tempo prima e tutti hanno avuto modo di guardarsele, anche se c'era un'atmosfera tale in quello studio (Digitube studio, a Mantova, dal caro Carlo Cantini) che sicuramente sarebbe uscita della musica straordinaria lo stesso. I titoli dei pezzi riguardano la storia di quest'anno: AFASIC, FLATLANDIA, SEPTEMBER, OPPORTUNITY, THE LIMPING CAMEL, EPILEPSY e infine WITH A STAR IN THE BRAIN...
AFASIC è un pezzo "incasinato", che col tempo si "ordina" da se... (quella che sentite in sottofondo). E' esattamente quello che prova un afasico nella sua testa, all'inizio un gran rumore di fondo, anche se su una base (bandoneon) che sta lì e rappresenta il fatto che tu capisci tutto, però non riesci ad esprimerlo, poi entra il basso ed è sempre più chiaro il disegno del bandoneon, quindi parte la prima frase (suonata anche dall'amico violinista Vincenzo Albini) che rappresenta la difficolta di voler dire qualcosa che abbia senso, e finalmente ce la fai... poi ancora rumore... poi la seconda frase... poi ad un certo punto rimane da solo il basso e comincia a riordinarsi tutto! (se volete riascoltarla basta aggiornartela pagina schiacciando F5)
FLATLANDIA, invece, è ispirato al libro di Abbot. E per me ha un valore di "punti di vista", ogni tanto bisogna fermarsi e guardare le cose come se si fosse vergini del mondo, e quindi accettare altre dimensioni e forme, e questo è quello che ho fatto io "grazie" a questo tumore...
SEPTEMBER è quando abbiamo avuto finalmente un mese di pausa da tutte le cure, terapie. E siamo stati a Cervia. Quei posti mi fanno venire in mente le feste in piazza romagnole e i complessi di liscio, quindi ho scritto un tango, ma non un tango normale, sentirete...
OPPORTUNITY è quello che fin da subito mi sono detto per sopravvivere col sorriso a questa storia, un opportunità di crescita.
THE LIMPING CAMEL riguarda un sogno che ho fatto a Torino, dove ero un grosso dromedario con la gobba sotto la pancia (si, diciamolo, avevo un attacco di diarrea dovuto alle radioterapie e chemio assieme...), il fatto poi che è zoppo questo dromedario (limping) è perché avevo una gamba che retrocedeva per colpa ancora delle radio, perché mi infiammavano la zona della gamba, e per mettere in musica "sta roba" ho pensato ad un ritmo zoppo più un aria mediorientale...
EPILEPSY è la storia del mio primo attacco epilettico. All'inizio tranquillamente sul divano, poi diventa sempre più un ritmo e un'armonia complicata sui soli, per finire con un solo di chitarra elettrica con distorsori che va via sfumando, il che rappresenta la mia perdita di coscienza.
WITH A STAR IN THE BRAIN, dove io non suono, è solo un canovaccio, dove ho chiesto ai miei amici di suonare a soggetto, quindi alle chitarre di accompagnare con armonici liberi, al clarinetto e bandoneon invece che avevano sotto gli occhi una "parvenza" di tema di andare "a cuore". E proprio grazie a questo, chiamiamolo espediente, ho voluto sentire cosa uscisse, e mi sono reso conto che sembrava lo spazio infinito... quindi come dice la poesia della Dickinson che ho inserito nel libretto: "THE BRAIN is wider than the sky (...)", "il cervello è più ampio del cielo..."

La grafica del cd è stata curata da Simone Barbiero, altro grande amico ed è FICHISSIMA!!!

Un assaggio che stuzzicherà il vostro appetito ve lo lascio dai! Qui sotto!







martedì 27 giugno 2017

P.I.P. (Pisciare In Piedi)


LA MATRICIANA MIA

Soffriggete in padella staggionata,
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz’etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arotolata.
Ar punto che ‘sta robba è rosolata,
schizzatela d’aceto profumato
e a fiamma viva, quanno è svaporato,
mettete la conserva concentrata.
Appresso er dado che jè dà sapore,
li pommidori freschi San Marzano,
co’ un ciuffo de basilico pe’ odore.

E ammalappena er sugo fa l’occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de prescia li spaghetti.

(Aldo Fabrizi)
Rodello. Parte seconda.
Alle 15.30 ho la prima seduta di logopedia con Rossana (Daniela e Rossana saranno le due logopediste che mi seguiranno durante queste che dovevano essere 8 settimane). Mi muovo in sedia a rotelle, mi dà fastidio che Giulia sia così “presente”, anche se capisco che lo faccia perché mi vuole bene, io sono una persona che ama l’indipendenza, e più volte mi capiterà di innervosirmi con lei o chi mi sta attorno perché troppo premurosi nei miei confronti. Tante volte sono pure andato incontro a rischi inutili (cadute) per puntare i piedi a terra e voler affermare il mio diritto all’indipendenza. Credo che la cosa più difficile in una cosa come quella che stiamo vivendo noi sia proprio la dipendenza totale dalle altre persone. Non puoi stare da solo per il rischio crisi epilettiche, non puoi muoverti con l’auto se non accompagnato, non puoi guidare, anche perché con una gamba paralizzata non vedo come potresti fare, non puoi nemmeno decidere se farti una doccia o meno all’inizio. Per pisciare hai bisogno di qualcuno che ti porti il pappagallo, tanto che appena ho potuto ho chiesto a mio fratello di tenermi in piedi per farmi finalmente pisciare “dall’alto”, e non sapete che soddisfazione; appena ho imparato ad alzarmi dalla sedia a rotelle, anche solo per starci in piedi davanti, la prima cosa che ho fatto è stata andare in bagno e pisciare finalmente da solo in piedi. Per lavarti i denti hai bisogno di qualcuno che ti spazzoli i denti al posto tuo, pulirti il culo con la mano sinistra è un delirio, non parliamo del mangiare una cosa che si deve tagliare, non puoi uscire dalla clinica se non con un permesso che devi richiedere al medico, non puoi svegliarti quando hai voglia tu, e farlo per dei mesi compresa la domenica può diventare fastidioso. Metterti le calze con una gamba fuori uso può essere molto complicato, la cosa più complicata del mondo se poi anche la mano destra non collabora, la cosa più complicata dell’universo se hai anche la caviglia e le dita dei piedi che, seppur sensibili, non lavorano, idem le scarpe, idem un paio di pantaloni, non puoi più andare a ballare il sabato sera (anche se non l’ho mai fatto mi dava fastidio pensare che non potessi farlo), non puoi prendere dei lavori che vorresti fare, non puoi studiare, comunicare una cosa banale diventa una fatica.


Da Alba mi avevano lasciato senza dirmi che non avevo più la terapia al mannitolo, che serve a smaltire l’infiammazione, e che facevo tutte le sere. Dunque il mannitolo agisce ancora per sette-otto giorni da quando lo sospendi, la sua azione è essenzialmente diuretica, e viene usato in corso di patologie acute per eliminare edemi gravi, nel mio caso al cervello. La somministrazione via flebo avveniva al mattino e alla sera e l’effetto del mannitolo era l’urinare (pisciare) più volte durante il giorno e la notte, tanto che se sei allettato, o al massimo in carrozzina, devi farla in un pappagallo (e centra tu il becco), poi chiamare l’infermiere di turno che te lo svuoti. Il tutto per la gioia del tuo compagno di stanza. Allora, torniamo al fatto che dall’ospedale di Alba mi avevano lasciato senza dirmi che avevano sospeso il mannitolo, e che non sapevo che il suo effetto durava ancora giorni dalla sua sospensione, e che sapevo invece di avere un edema particolarmente importante al cervello. La prima sera a Rodello chiedo all’infermiera se avessero dimenticato di farmelo. Lei chiama il dottore di turno, che arriva (canottiera e camice aperto...) e mi chiede ad alta voce e scandendo le parole quale fosse il problema. Gli dico che può benissimo parlare a voce normale e anche veloce, che non ho problemi a capire ma solo a produrre. Però ci metto tanto a dirglielo. Provo a spiegare, con difficoltà, dato che sono in ansia, stanco, e preoccupato, e chiedo (inutilmente) che venga chiamato il dottor Tatoni. Mi sento abbandonato…
La mattina inizio logopedia con una “protesta”, (si ho detto proprio "protesta", ma non mi venivano in mente altre parole. Meno male che Daniela è una persona intelligente e che capisce il mio stato di agitazione). Vengo tranquillizzato, fa due telefonate, mi spiega che da Alba avevano scritto di sospendere il mannitolo, e così cominciamo le valutazioni, che dureranno fino a venerdì. Racconto (a fatica) quello che mi è successo. Lo farò tante volte, tanto che ogni volta provo meno dolore, una sorta di elaborazione, verbalizzare “afasicamente” non è facile, ma fa bene. Poi ho l’incontro con il fisioterapista Daniele, che mi dirà che ci vorranno due mesi per rimettermi a camminare, che non sa se recupererò l’uso del piede ma che tornerò a camminare. Mi piace la sua determinazione e il suo modo di fare, mi ricorda il mio allenatore storico di atletica leggera. Alle 11.30 arriva Giulia, per il pasto ho ancora bisogno di una mano (nel vero senso della parola), le racconto la storia del mannitolo e le chiedo di sentire il dottor Tatoni per avere la conferma che mi abbiano sospeso la terapia. Accendo il telefono, senza internet, per la prima volta dall’operazione. È una sensazione strana, ho deciso di tenere spento il cellulare dal giorno dell’operazione e dirottare tutte le chiamate, i messaggi, a Giulia.  

La giornata a Rodello è scandita in maniera ordinata ed “ecclesiastica”: alle 6.00-6.30 sveglia con consegna medicine. Alle 7.00 arrivo colazione e “abluzioni”. Ore 8.00 logopedia. Ore 9.30 fisioterapia. Ore 10.30-11.30 pausa lettura o sonnellino. 11.30 pranzo. Ore 12.30-14.00 sonnellino. Ore 14.00 logopedia. Ore 15 terapia occupazionale (con Lygia). Ore 16.30-18.30 incontro con visitatori. 18.30 cena. 19.30 consegna medicine. Ore 20.00 camomilla. Se poi calcoliamo che per gli spostamenti in carrozzina ci va almeno un quarto d’ora, per lavarsi in bagno quando non “c’hai su la mano” ti ci va almeno un altro quarto d’ora, per poi prendere l’ascensore che ti porta alle palestre devi aspettare anche 5 minuti perché sempre occupato… Devi calcolare tutto al dettaglio. All’inizio poi con una mano che lavora meno bene dell’altra continui a girare su te stesso, e continui ad aggiustare il tiro, e ti muovi lentissimo. Tanto che ti fai portare dall’operatrice tutte le volte che puoi. Per poi, in uno scatto felino di volontà di indipendenza trovarti in corridoio a “fare le prove” su come muoverti da solo, su come regolare i muscoli affinché ti portino dritto all’obbiettivo, e così facendo ti ritrovi in una settimana di allenamento ad essere meglio di Alonso e Räikkönen assieme e poter dire addio all’operatrice e muoverti indipendente tra le corsie, le palestre, gli ascensori di Rodello. Poi finisce la giornata con la visione di un film sull’I-pad. Poi le ultime 4 settimane mi farò portare la tastiera da mio fratello e a questo orario aggiungerò dalle 6.00 alle 7.00 lo studio del pianoforte. Il metodo Hanon a manetta per il recupero della mano destra. Qui ho scritto la gran parte delle musiche del mio nuovo disco, che, per non sbagliare ho chiamato: “With a star in the brain”... E poi tanti libri, per il recupero del lessico e per piacere personale…
Ora su Rodello convoglierò tutte le storie in un’unica grande parentesi. Non ci saranno racconti giornalieri, perché è stato un grande cammino in continua evoluzione, già dopo il primo fine settimana a detta di Daniela (la logopedista) avevo fatto un grosso passo avanti, in maniera del tutto autonoma, grazie alla lettura e alla volontà. Il mio motto era, patetico lo so ma non mi importa, l’alfieriano “volli, volli, fortissimamente volli”, e lo applicavo a tutto, anche alla ripresa della scrittura, agli esercizi in palestra, al pianoforte, ed era un continuo esercizio. Anche la notte, quando mi svegliavo (e mi svegliavo ogni due ore) era tutto un esercizio, la mano, la gamba… “Sai Daniele, stanotte sono riuscito a fare questo e quest’altro, mi si è riattivato il tale movimento o il tale muscolo…”: erano frasi tipiche di quel periodo! Sempre in maniera entusiasta mi affacciavo alle nuove giornate con le loro sfide, tanto che provavo imbarazzo di fronte ai tanti musi lunghi e rassegnati che incrociavo. Ma eravamo una bella squadra, io, Marco, l’altro Marco, Lorena, Renato, Giacomino, Teresio, Leo, Viviana, Maria. Tutti col sorriso stampato in faccia e con tanta voglia di farcela. Chi era lì “solo” per una protesi all’anca e chi gli avevano dato un mese di vita 13 anni prima, tutti nella stessa barca: Rodello. Era un “tifo” unico: “vai forte!”; “dai, dai!”; “non demordere!”, e devo essere sincero, tanto mi han detto e tanto ho incitato io che forse la terapia ha dato i suoi frutti anche per questo. Se si fosse stati ognuno per sé, incazzati per quello che ti era successo, ingolfati su pensieri negativi, forse questo periodo non sarebbe passato tanto in fretta e con tanti risultati.
Diciamo che i pensieri negativi trovavano spazio quando, all’ora di colazione, pranzo e cena, mi vedevo arrivare porzioni uguali a quelle che avrebbero dato ad una vecchia di 40 chili. Tanto che ero costretto ad integrare con pane nero, che mi portava quotidianamente Giulia, biscotti o torte fatte sempre da quella santa donna, frutta di cui facevo incetta a casa la domenica, e una quantità indescrivibile di grissini con il cioccolato. mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm.
 Ora con Renato, il mio compagno di stanza con cui formavo il duo “la strana coppia”, ci eravamo messi d’accordo per “imboscare” quanti più pacchetti possibili di grissini, per le emergenze. Renato poi si faceva portare dalle figlie chili di lardo e formaggio, e io da Giulia biscotti senza zucchero (Renato è diabetico), torte con farina integrale, cioccolato fondente: tutti generi di scambio approvati alla borsa nera di Rodello. Se non ci fosse stato lui credo proprio sarei morto di fame... ce la intendevamo bene poi, io, lui e Maria facevamo tante di quelle risate che non vi dico!
Parentesi.
A Rodello ho anche scritto delle poesie. Eccole. Senza voler fare il poeta.

Pensierino serale
Radi capelli d’anziano
paiono gl’alberi
sulla costa della collina
in langa.
Come pezzi d’un annoiata
partita a scacchi
pronti a dare
l’ennesimo matto.
Stanno lì,
saggi,
e guardano la vita
sfrecciar loro
di fianco
a bordo d’una rumorosa,
quanto incurante
d’Essi,
motocicletta.

Sipario
Quinte,
scenografie di cartone,
strappi neri su fogli blu
scuro
sembra la corona delle alpi
stanotte.
E in un teatro sociale
M’immagino di stare,
muto spettatore,
osservante rassegnato
il campanile di Diano,
unico punto,
fisso, immobile, immutabile,
e in ascolto
non con meno rassegnazione
dei rintocchi di quello
di Rodello,
così ipotetici,
che ogni volta ti chiedi:
“sarà Diano?”
così spigolosi,
così annoiati,
“no, per quelli
c’è tempo…”

E poi,
d’improvviso
ti rendi conto
di essere l’attore,
e per di più quello principale,
e che reciti a soggetto.
E allora quelle quinte,
quella luna
che finalmente tramonta,
ti fan da riparo,
da abito,
e reciti muto
senza aspettarti
l’applauso finale.
Se guardi in sala
Quando s’accendono le luci
Tutti stanno dormendo,
mentre tu:
distinto,
gentile,
dolce;
ti levi le scarpe
e senza far rumore
t’inchini
e te ne vai via.

Sorge la notte
Sorge la notte.
Nella città s’accendono le luci,
con supponenza
giovani s’accalcano. Vanno.

Io guardo ubriaco
tutte quelle storie,
quelle dimenticanze,
quella furba ingenuità.

Ed è solo
con l’odore della morte
che si comincia
a pensare alla vita.

La luna d’Alba
Le luci d’Alba
mostrano come un faro
la terra ferma.
La Vita.

Io naufrago.
Io navigante.
Io esploratore.

“Un’opportunità di crescita”.
Mi ripeto:
“Un’opportunità di crescita”
che mi costringe ad una guerra,
che mi costringe ad una resistenza:
“un tumore al cervello.”
Secco,
senza possibilità di aver capito male,
come la lettera
che ti chiama
alle armi.
O così me la immagino.

Ma nello stesso modo
la sicura risposta:
-PAURA-


Seconda parentesi. Logopedia artistica.
Tra gli esercizi di logopedia ce n’era uno che ho trovato divertentissimo, e consisteva nel creare frasi (anche non-sense) tutte con parole che hanno la stessa iniziale. Erano ammessi solo articoli o preposizioni con altre iniziali. Ecco le più belle e divertenti:

  • All’aldilà Alberto avrebbe alzato alti anziani;
  • Alessio ad Alassio adesca abbastanza agilmente algide adolescenti;
  • Adesso ad Alessandria Alessandra l’arpista addestra, anzi ammaestra animali ad ammassare alle alpi Apuane altolocate agavi, aristocratici avi, anche antiche anche;
  • Agush ad Anzio avrebbe anche annoiato Alberto ad andare agli aeroplani, Alberto anzitutto avrebbe almeno azzardato allietarsi all’altalena;
  • Berto Bugatti beveva birra bianca buonissima. Bella, bionda, Berty ballava: “Balla Bella che bollo e bollisco!!!”, balbettava bieco Berto Bugatti… briccone!;
  • Bartali batté Bignami ballando. Burrascosamente, banalmente Bignami belava: “bravo Bartali!”;
  • “Beatrice, bella bambina… Bombardare bambole…”;
  • Bombolo bramava bambole. Bastavano bozze, bidoni, budini, bigodini, bestie belanti, bufali, brufoli, bastavano e Bombolo brandiva bastonate;
  • Carlo cercava camuffato compagni con cui cacciare. Cacciava cervi, con cani, con calma cercava. Col cuoco Carlo cucinava, chiacchierando;
  • Col cucù che canta canto. “Cos’è che canti cucù? Che cantoni conti? Con che cosa carezzi Candida?”;
  • Christian, cinese con china cinematografica, conta cuccioli di cani, con cui cenerà;
  • Chiamami cara, con cura, con creanza, con calma. Conta che comunicherò col culo…;
  • Elisa è estetista ed elettricista. Esiste esclusivamente ergendosi elemosinando elogi;
  • Evaristo era ed è entomologo, entra ed esce ed esige esche esatte;
  • Ed è Elia, eccolo, ennesimo esempio di estremista estetico;
  • Francesca fa finta fra fresche frasche di felce, la fanciulla fumava finte foglie di fico;
  • “Folaghe, forti folaghe, fatate folaghe, fatevi forza fino alla fine!”;
  • Federico, fante a Forlì, fuggiva facendosi forza fino a Firenze fiero di Francesco;
  • Figli, fieri fiori, fatti fuori fra fumosi e fangosi fiumi;
  • “Frena!!!”, fumando fece forza fintanto che Fulvio frenò;
  • Guascone germanico Gustav gustava grandissime ghiande galvanizzanti;
  • Giorgio gettava gatti gemelli giù dalla gru;
  • Ilaria ironizza ilare sull’irsutismo di Ilario;
  • Irritante Irma, infine infilata, insospettabilmente illibata… immacolata;
  • Infermiere infilano intelligentemente innocui ed innocenti Inuit;
  • Ilona infiammava irrimediabilmente irti imeni;
  • Luca, lumaca laconica, levava lombrosiane lacrime a Leandro;
  • La luce lampeggiante lasciava la lenta lenticchia lacunosamente in laguna;
  • “Leoni; Lumache; Lamprede; Leocorni… Leocorni? LEOCORNI!?!?”;
  • La larva lavorava la lana, levava la lava, leccava le lingue, leggeva leggera leggerezze lungo la luganiga in Lunigiana con Luigina, la lumaca lieta, Luca, il leone lento, e Ludovico, il limone lungo;
  • Meme menava membri che manco Moana…;
  • Mentre meschino il micio mongolo miagolava Martino e Mauro menavano manubri in mancanza di membri;
  • Michele mi manda mero manichino a Milazzo;
  • Per Pietro potevano pure potare quei pini;
  • Paolo pesca pesci, papere, palombari, poi per poterli preparare pela pure pellicani;
  • Quando querce querule quaglieranno queste quattro quacquere querule quadreranno;  
  • Provai a parlare prosodicamente ma perpetravo pena;
  • Ruggero ruggendo col registratore registrava re romani, riuscendo raramente a registrare il rombo del rinoceronte rincoglionito che ricoverava Ringo, la ranocchia reumatica;
  • Riccardo ricostruiva rarità rubate, Renato reagiva recandosi a Recco;
  • Ratti e rondini rubavano reti rotte da razzi, per ripararle con rododendri e ribes rossi;
  • Simone saltava sul sofà salutando salubri svedesi, si svestivano, sensualmente stavano stese… Simone, sguardo sornione, sveniva, Susanna, svedese strana, Sara, svedese soave, somministravano subito il siero per il sonno. Simone subito si svegliò, si svestì, scopò Susanna, snobbando Sara, che si suicidò. Simone sposò Susanna;
Serpi stavano stese sopra soffitti segreti. Stufandosi si sfidavano al “siero secreto”.

Un dono!

Solo perché uno ha un cancro non è che abbia sempre ragione. Cioè se Salvini avesse un cancro sarebbe pur sempre Salvini. Se Hitler avesse a...